Don’t F**k with Cats

La serie Netflix e l’evoluzione della notorietà nell’era del Web 3.0.

“Internet è sconfinato. È tipo il Far West. Ci sono dei posti dove guardi bambini carini, giocosità meravigliosa e belle foto dei tuoi figli che vanno a scuola. Ma più di ogni altra cosa, la gente ama i gatti. Li adora. E poi c’è un’altra parte di Internet che è del tutto senza freni. Il lato oscuro. Puoi postare porno, violenza, qualcuno spinto giù dalle scale, statue religiose dissacrate, crudeltà sugli anziani, risse in strada, liti tra senzatetto, immagini dissacranti della Statua della Libertà, e a nessuno frega niente. Nessuno batte ciglio. Ma in questo lato oscuro c’è una regola non scritta. Non è scritta, ma è valida. La regola zero è: i gatti non si toccano”.

Comincia così la docuserie Netflix ‘Giù le mani dai gatti: caccia ad un killer online’ (in originale ‘Don’t F**k with cats’) diretta da Mark Lewis (Silk Road: Drugs, Death and the Dark Web). Rilasciata a dicembre 2019, la serie si è subito fatta largo nella classifica dei cinque documentari più visti dell’anno sulla piattaforma, catturando il pubblico per il suo contenuto disturbante e intrigante allo stesso tempo. Divisa in tre parti di circa un’ora ciascuno, la serie si focalizza sulla storia del killer canadese Luka Magnotta, che uccise nel 2012 lo studente cinese Jun Lin, riprendendo l’omicidio e pubblicandolo online. Ma prima ancora di commettere l’assassinio, prima della caccia all’uomo che coinvolse oltre che la polizia canadese, anche quella francese e tedesca a seguito della fuga dell’uomo a Parigi e a Berlino, e prima ancora dell’invio di alcune parti del corpo di Lin al Partito Conservatore del Canada a quello Liberale e a due scuole di Vancouver, Magnotta era già conosciuto e ricercato da una folta community online.

Quando il web si mobilita

Infatti, come da titolo, il ragazzo aveva volontariamente infranto la regola d’oro di Internet pubblicando, a distanza di mesi, dei video in cui torturava e uccideva dei gattini, scatenando l’ira sul web e spingendo un gruppo di utenti a creare la pagina ‘Find the Kitten Vacuumer…for Great Justice’ con l’obiettivo di scoprire la sua identità e consegnarlo alla giustizia. Guidati da Baudi Moovan, pseudonimo di Deanna Thompson, e John Green, il gruppo non solo riuscì a scoprire la sua vera identità, ma predisse anche i suoi passi successivi, preannunciando il passaggio che lo avrebbe portato a uccidere esseri umani. A differenza di altre serie ‘true crime’, da ‘Making a Murde’r a ‘Conversazioni con un Killer: The Ted Bundy Tapes’, ‘Giù le mani dai gatti’ rivoluziona il modo di vedere il caso, affrontando la parabola discendente di Magnotta da un punto di vista completamente differente, ponendo al centro del racconto questo gruppo di detective amatoriali del web. La serie ricostruisce lentamente il piano architettato dal killer, in un crescendo che intende intrattenere il pubblico con colpi di scena piuttosto che accrescere la conoscenza di un determinato tema. “Questo era uno di quei casi in cui i cacciatori diventano prede. È stato un incredibile e reale gioco al gatto e al topo”, ha dichiarato Mark Lewis in un’intervista a Variety.

Voglia di notorietà

Infatti, quello che il documentario suggerisce è che Magnotta avesse messo in campo un gioco, un ‘prova a prendermi’, una caccia meticolosamente preparata che aveva un unico obiettivo: la notorietà. L’immagine di Luka proiettata dalla serie è quella di un giovane che vuole essere il protagonista di un film diretto, scritto e interpretato da lui. Non a caso i video, i suoi gesti, la sua presenza online sono disseminati di riferimenti alle sue pellicole preferite. E come ogni celebrità è circondata da un’aura di gossip, così Magnotta fabbrica storie su di lui che diffonde online, apre gruppi fan page, contatta giornalisti per chiarire la sua posizione su scandali che ha diffuso lui stesso. Man mano che la vicende prende piede, vengono svelati altri personaggi chiave all’incarcerazione dell’assassino: i poliziotti Claudette Hamlin e Antonio Paradiso, la madre Anna Yourkin, il giornalista Joe Warmington, e l’avvocato Romeo Salta. Tutti, anche coloro responsabili della cattura di Magnotta sembrano però più pedine del giovane che suoi avversari in quanto condizione necessaria per il raggiungimento del suo obiettivo: scatenare clamore mediatico, ottenere attenzione su di sé, essere ricordato nella storia.

Deanna Thompson intervistata in una scena di ‘Giù le mani dai gatti’

Come cambia il concetto di celebrità

‘Giù le mani dai gatti’ sposta l’attenzione dall’omicidio ai social media e a Internet in generale. Ci spinge inconsapevolmente a domandarci quanto sia cambiato il concetto di ‘celebrità’ nell’era digitale; invita a domandarci il nostro ruolo in quanto spettatori nell’omicidio. Per giocare al gatto e al topo bisogna essere in due e Baudi Moovan, John Green e il loro gruppo online avrebbero alimentato la sete di notorietà di Magnotta. Senza arrivare al caso estremo dell’omicidio, quanti sono i casi di violenza e bullismo condivisi online con il desiderio di creare clamore, ricevere accettazione e diventare famosi? E quante sfide rischiose sono state condivise con lo stesso obiettivo? Quanto l’esistenza di un pubblico disposto a guardare quei video contribuisce al proliferare di questi ultimi, qualunque sia la reazione degli spettatori, dal disgusto alla rabbia, all’ammirazione, alla complicità? Per chi ricerca attenzione, è l’essere ignorato la vera maledizione. “Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti” diceva Warhol. Ma nel Web 3.0 questi minuti si sono trasformati in un’esistenza, nella commemorazione dell’ordinario, non intesa come apprezzamento delle piccole cose, ma come auto-celebrazione il cui fulcro è fuori dall’individuo, che per essere soddisfatto ha bisogno di un pubblico.

Un fenomeno da studiare

Senza arrivare al caso estremo di Magnotta, alle degenerazioni in patologie psichiatriche, questa sembra essere la tendenza del nostro secolo. Più che parlare di un’era di narcisisti, la ricercatrice Brené Brown nel libro ‘Osare in grande. Come il coraggio della vulnerabilità trasforma la nostra vita in famiglia, in amore e sul posto di lavoro’ propone di analizzare il narcisismo sotto la lente della vulnerabilità: “vedo la paura basata sulla vergogna dell’essere ordinario. Vedo la paura di non essere mai straordinario abbastanza per essere notato, amato, avere uno scopo […] posso vedere esattamente come e perché molte persone hanno difficoltà a credere di essere abbastanza. Vedo ovunque messaggi culturali che dicono che una vita ordinaria è una vita senza importanza. E posso vedere come i giovani che crescono con una dieta quotidiana di reality tv, cultura della celebrità e social media non supervisionati possano assorbire questo messaggio e sviluppare un senso distorto della realtà”.

La rete ha contribuito enormemente alla trasformazione della celebrità in un fenomeno di massa, ma prima ancora di Internet, la ‘cultura delle celebrità’ è sempre stata legata a doppio filo con degli sviluppi tecnologici che ne hanno permesso l’avvento. Con il web, la fama ha solo assunto una forma diversa, più permeabile. “La celebrità ha acquisito un nuovo significato nell’era dei mass media. Abraham Lincoln è diventato il presidente statunitense più riconosciuto perché la sua foto era ampiamente disseminata” scrisse Charles Kurzman in ‘Celebrity Status’. La fotografia infatti, con la sua riproducibilità, ha contribuito enormemente a questo fenomeno, così come la stampa e lo sviluppo della grafica.

La celebrità dei nostri giorni è nuovamente mutata, insieme all’evoluzione tecnologica. “La fama contemporanea non ha niente a che fare con la vecchia nozione di fama che rappresentava alcuni distinti e inusuali raggiungimenti di un soggetto a causa dei quali veniva attribuita quella notorietà” riflette Judith Roof in ‘Fame’s Ambivalents’. La notorietà moderna sembra essere intrinseca, spesso slegata a meriti e unicamente determinata dalla personalità dell’individuo, dal suo seguito. È dettata da un bisogno di farsi vedere dall’altro, riaffermare io esisto, guardami, eccomi”. Quello descritto da ‘Giù le mani dai gatti’ è un bisogno esasperato, malato, psicopatico che mette in relazione chi agisce e chi guarda. Purtroppo l’obiettivo della docuserie è l’intrattenimento più che una vera e propria analisi. Lewis mette tanta carne al fuoco, ma si limita alla superficie, forse per mancanza di tempo, forse per una scelta narrativa bene precisa, votata alla suspence piuttosto che alla riflessione. Il suo scopo lo raggiunge e per questo ‘Giù le mani dai gatti’ è una serie consigliata soprattutto a chi non ha seguito la vicenda nel biennio 2010-2012, che rimarrà con il fiato sospeso seguendo passo passo il gruppo di detective per scoprire con costanza e astuzia l’identità di Magnotta.
Astenersi deboli di cuore.


Serena B. Ritondale

Serena B. Ritondale nasce a Roma nel 1991. Comincia la sua carriera da redattrice scrivendo per alcune testate online di letteratura e cinema, tra cui Vertigo24 dove ricopre il ruolo di Vice Caporedattore. Si laurea in Sociologia all’Università Sapienza di Roma e successivamente si diploma all’Istituto Rossellini come Videomaker per cinema, tv e web....

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